Adone

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Chi è questa donna? Si chiama Jusi, è un fiore di circa 40 anni. Guardate il suo viso, per adesso. Presto ascolterete la sua voce. E come? Semplice: io lo farò per lei. Io racconterò a tutti la sua storia. Dal giorno in cui disse all’uomo che la prese in moglie: ho da fare, esco. E non ritornò se non dopo che le sue passioni si corruppero in mezzo a prati odorosi di fiori e di baci. Di mani nelle mani, mentre il marito lavorava nel sudore i suoi campi. Di carezze audaci, mentre le sue bambine si mescolavano alle prime fantasie di fiabe scolastiche. Perché ve ne parlo? Perché lo merita. E comprenderete come sia poco giudizioso camminare su carboni accesi…

 

 

 

Ci conoscemmo in un giorno di prima estate, ed ignoravamo fino ad allora le nostre esistenze. Il parto non l’aveva ancora resa una donna completa; ma chi può dire quando la donna già lo sia o lo possa divenire? Se è una Grazia è già perfetta. La grazia, la femminilità, la mansuetudine, le erano già insite e modellate nell’indole. Una Maria, una Penelope, una Dafne le erano state instillate alla nascita. La castità di quest’ultima si fondeva all’amore sublime delle altre due. Una moglie è moglie per dovere, ma se ama lontana dall’adolescenza di quel primo ed unico incontro, ama come amante e con piena coscienza. Trasfigurata per la prima volta da quel nuovo incontro che, chissà, forse attendeva da sempre, il suo imeneo non può che sfuggirle di mano. La giovinezza ha poco visto, ha fretta di nozze, impaziente vuole un nido proprio, e quel ragazzino imberbe, il solo i cui suoi sguardi avessero  contemplato la rapisce. Ma lei non immaginava certo che l’amore è in costante crescita e che il primo amore è un terribile abbaglio… Quell’uomo nuovo comprese che l’avrebbe perduta. Il suo volto così diverso dall’altro era quello di un Adone. Le sue fattezze armoniche, come tempio dorico, la seducevano. Gli occhi mobili, chiari ma profondi per il troppo spirito, irradiavano sguardi superiori perfino nella trasognatezza. I suoi pensieri la innalzavano. Comprese quindi, e lo comprese col sangue puro e sacro del suo cuore, che la sua esistenza non era nulla se non insieme a lui. Ella le era corsa incontro quel giorno con lo sguardo colmo di dolci promesse. Leggera come un sorriso, delicata come la bellezza, tenera e seducente come la prima volta. Il giorno non aveva la luce dei loro sguardi, né il cielo era poi così in alto quando ci si ama all’altezza delle nuvole. Che stupori incantevoli si hanno se si comprende che due destini si sono incontrati contro tutte le probabilità; quando una donna, come un contratto, ha addosso la firma di un altro uomo. Dirsi “ti amo” e non sentire il peso di una colpa. Di queste sublimità era composto quell’amore. Si ha il diritto di Adamo su Eva quando si riconosce nell’altra la propria costola; quando quel frammento di ossa e midollo riconosce il proprio uomo. Ora, quel mattino, soffiava una brezza elettrica che in giugno ancora dirompeva, e la montagna ne trabocca più dei lidi marittimi; brividi percorrono la pelle sotto gli abiti leggeri, i sensi s’inebriano di felici attimi indefinibili e senza nome, nitriti allegri, scagliati nel vento, sono le risa femminili in giugno, i profumi delle vesti emanano odori più dei fiori, gli alberi coronati d’alloro sono i poeti della stagione, ed è in queste alture che tutte le cose che stanno ritti in piedi vivono più in prossimità del cielo, decollati dalle nubi, leggeri, sensuali, risvegliati si armonizzano con la rinascita della natura. Ogni eccesso vitale e positivo lo convertiamo in amore. Ma torniamo a lei.      

Uscì di casa dopo aver investito il consorte dei titoli di padre, madre, balia e custode; quando si hanno in un solo colpo tante qualifiche non ti rimane più tempo per nulla, tanto per un semplice pensare, riflettere o sospettare.    C’incontrammo in via E. Non saprei dire quale luce superava l’altra nel suo viso o quale sorriso, occhi e labbra erano luce e sorriso insieme. Il suo sguardo fu saluto, parola, invito, rivelazione, tutto; il suoi occhi dissero tutto, le sue labbra nulla. C’incamminammo in un silenzio per niente imbarazzante fino alla sua auto, mi fece cenno di salire,  di abbassarmi e ci muovemmo. Acciambellato  sul tappetino scorgevo tetti di case, cavi elettrici, cielo, e al mio fianco lei, lei soprattutto.   Le avevo mordicchiato un polpaccio lungo il tragitto mentre lei mi pizzicava il collo sottile. Quell’amicizia stava per cambiare in un istante. Quando un bacio si mette in mezzo, l’amicizia ha fine, gli amanti hanno inizio. Alla fine parlò, soltanto dopo che esaurimmo tutti i silenzi, i respiri, l’intima comunione, e disse: torniamo. E tornammo con lo stesso silenzio e con un sorriso diverso, con pensieri dolci, con anime intrecciate,  e soprattutto colpevoli d’amore, colpevoli di felicità. Non potevo immaginare, allora, che il suo amore fosse andato oltre in seguito, che per dispetto di donna, al fine di ingelosirmi, sarebbe caduta ancora di peccato in peccato, di braccia in braccia, con colleghi di lavoro suoi e miei. Questa donna di una bellezza silenziosa e docile ha perso la mia anima nelle nebbie della notte, ha confiscato l’autorità del marito rendendolo debole, ha gettato le sue belle bimbe in un oblio malefico. Odiarla? Perdonarla?  E’ troppo perfino disprezzarla. Merita la solitudine in cui oggi vive. Lasciata da tutti si aggira non guardando nessuno, ma tutti la vedono, di tutti sente il pensiero mentre si allontana per la sua via, e una di quelle vergogne che solo la morte può cancellare.    Eppure. Eppure… Se esistono delicate dolcezze nel cielo più alto e puro le ricevette tutte. Non sono di fiori ma di stelle ornati i prati su cui passeggia. Profuma più un suo sorriso che non la zagara in fiore. L’artefice del paradiso è il suo artefice. Vederla un attimo  è vederla per sempre, provare a dimenticarla è chiedere l’impossibile.   Come una preghiera santa al vertice di una mano si eleva verso impareggiabili mondi che sfiora con le sue dita. L’incorruttibile respiro che anela l’infinito.

Mi perdoni se l’ho resa martire. La perdono se mi ha reso folle.

Giuseppe vide un angelo prenderle Maria. L’amore è una parola che scende dal cielo. Di tutte le parole create è preesistente. Se “la luce fu” e fu la prima, l’amore era già, e fu da sempre. L’amore del cuore è la freccia che scocca dalle latitudini di un cielo inaccessibile e santifica l’uomo e la donna che ha fatto incontrare. L’uomo marito o la donna sposa, o entrambi impegnati, o entrambi liberi, colpiti che sono da quest’amore sono benedetti per sempre. Annulliamo per sempre l’antico consiglio divino pre-messianico “crescete e moltiplicatevi” e sostituiamolo con il nuovo e ineffabile “amatevi e siate indivisibili”, ma badiamo bene: Amatevi. Cioè: siatene consapevoli. E’ il doppio passo del corpo e dell’anima che si fa in due. Cosa decisamente impossibile da capire a dodici anni o a tredici. L’amore è un luogo, non un’idea, non un’impressione. E’ il luogo che esclude l’umanità per vivere in due soltanto; e’ il luogo dove il sole già alto illumina le esistenze e le brucia come un incenso odoroso per se stesse; è il luogo dove gli sguardi si sorseggiano e mai smettono di bersi; è il luogo dove non si alza mai la voce, mai la mano, mai l’indifferenza, mai il sospetto, mai l’abitudine. Quei due corpi che passeggiano in direzione del sole per metà abbracciati, fianco nel fianco, scrivono in una sola illimitata ombra lungo la terra, l’intera amicizia, le cui forme del capo piegate l’una nell’altra, segnano come una sequoia, l’infinita meridiana del loro compiaciuto viaggio.

Accendo un’insignificante cicca sopra queste placide riflessioni, che si consuma senza che nemmeno l’abbia aspirata. Sto pensando. Sto rivivendo. Spingo involontariamente un libro sul dorso della mia scrivania, Paolo e Virginia, che stavo fissando senza leggerlo. Il mio sguardo ha scorso alcune righe di quel dramma per quasi un’ora, già, un’ora circa, fino a che sono scomparse, come già era sparito il loro significato, come infine scomparve anche il libro; solo allora mi accorsi di averlo spinto. Quante sottili, impercettibili sensazioni, ho toccate senza, ora, saperle scrivere. Quale indescrivibile fenomeno o sovrana magia soffia e percorre il nostro spirito prostrato. Mai un verso così profondamente poetico ha descritto fiaba e tristezza di un cuore e al tempo stesso consolarlo: <…E’ anche vero che c’è una certa poesia dell’anima, una sorta di immaginazione del cuore…>. Il solo verso che io ricordi, scritto senz’altro da un genio. Che contraddizione la mia… Parlo di un amore finito e scrivo dell’amore inestinguibile. I miei occhi versano un paio di lacrime mentre un collirio ne versa un paio in essi.

Io amo le donne poco chiassose, e non lo era lei forse? A volte me la ritrovavo accanto senza aver mai compreso la direzione della sua provenienza. Scendeva forse da una nube? Era lì che abitava? Dove aveva imparato quel sorriso intriso d’anima e luce? Dal quarto di luna? La vedevo solo allontanarsi, mai avvicinarsi. Sapeva sorridere, non ridere. Era un bisogno incontrarci; le dicevo di star male in sua assenza; curami, le dicevo, e lei senza chinare il capo chinava gli occhi; erano così le sue risposte, dolci cenni, timidi e sereni. Solo quando le dicevo: ti amo, mi rispondeva: scemo! E arrossiva. Un giorno mi confidò che delle voci si erano approssimate troppo al segreto della nostra “comunione” così la definiva. Voci?.. Quante?.. Quali?.. Di chi?.. le dissi. Che importa quante o di chi?!.. riprese. Una voce è troppo se un orecchio l’ascolta, e da una diventano due. Io l’ascoltai pure e con me divennero tre. Tu l’ascolti adesso, e con te si è in quattro!..

Dio mio, noi la sapevamo già… Togli noi e la conoscono soltanto in due. Due… Un numero insignificante per terrorizzarci, non credi?

No. Ho due orecchi. Non ne ho un terzo per ascoltare una smentita. E terrorizzata lo sono.

Può darsi! Però hai un cuore; ascolta quello, e non sentirai più altro.

E la baciai sulla fronte, che lei mi porse, abbassandola. Ci separammo come sempre, con quel sorriso onesto di un arrivederci. Ma l’indomani non fu più lo stesso. Vi sono amori che la più piccola delle specie umane precipita. Il brutto fuori perché brutto dentro non può altro che deformare tutte le sublimità e le bellezze che non gli appartengono. Quello che egli guarda appassisce, si decompone, imputridisce; le assomiglia per quanto può alla sua mostruosità interiore. Così, per questa folle paura che le fu instillata, mi vidi presto respinto dai suoi sguardi, fermato dalle sue mani, confuso dalle sue parole, e rotolai a due passi da lei senza alcun rumore, come una lacrima troppo nobile da non saper cadere con decoro, con quel sorriso senza alcuno stupore e che perciò stupisce. Lasciato, la lasciai. Proprio come offrendosi l’accettai. La prerogativa di un ricordo sta al cuore accordarla. Ma cosa scelgono di ricordare i cuori separati? I grappoli sereni dei sorrisi o la salsedine scintillante delle lacrime? Che balocco intrigante può essere un amore anche se indicato dagli indici sudici del popolaccio. Quella piccola isola di felicità galleggiante al solo peso di due anime s’inabissa al peso di tanti, estranei. Che bisogno ha questa torma di sconosciuti ad accatastarsi prepotentemente attorno alla solitudine di due cuori? Che cercano da quei due solitari intrecciati come rami d’amore? Com’è brutale ed indecente l’invadenza di quelle cimici. Credono un dovere divino giudicare. Ci  scagliano addosso l’odio di Dio ed ignorano che ci colpisce il suo celestiale e benevolo amore. Ho visto un mattino, mentre stavamo uno di fronte all’altra seduti a un tavolo, avvicinarsi un suo amico, uno dei più maldicenti, sedendole accanto, senza neppure chiedere quel “posso” d’educazione, senz’essere stato invitato, gettandole pesantemente un braccio sulla spalla e al contempo sorriderle un saluto; mai vidi un sorriso stracciarsi da una orrenda testa di marmo o pietra che fosse così miseramente abbozzato e lacero. Mi ha sempre odiato ed invidiato la nostra amicizia da rendere difficile ed abominevole un semplice sorriso a lei in mia presenza. L’invidia nel suo sguardo predominava sull’intenzione delle labbra. Non c’è virtù né grandezza d’animo in alcune nature. C’è sempre un Giuda che ruota maleficamente intorno ad uno stupendo destino. E lo spezza pure. “Io o lui” le dissi un giorno. Scegli. Un’amicizia di diletto o un’amicizia per paura. Non puoi essere l’amica di due così immense contraddizioni”. Ebbe paura di quel fenomenale Giuda che poteva screditarla. Lo preferì. E me ne allontanai.

Chi ha mai contato le astuzie della donna ferita? Conti le stelle! Inesauribili sono le forme dei suoi sguardi, innumerevoli le pieghe delle sue labbra dal broncio al sorriso, dal sorriso alle tonalità delle sue risa, sorprendenti le infinite immaginazioni del suo disprezzo: dal silenzio nel passarti accanto alle confidenze che rivolge a tutti sicura che tu solo ne comprendi il senso. Non smette mai, indirettamente, di biasimarti, di colpevolizzarti, di bollarti, di assassinarti, di sfidarti, sapendosi ancora tua, credendoti più che mai suo.  Il suo punto debole sarà la tua impassibile indifferenza; allora si scoprirà. Ne ascolterai il pianto, ne vedrai le lacrime che solo la donna sa piangere, ascolterai l’irresistibile supplica della sua anima che sale dal giardino delle preghiere, che tu respirerai, aspirerai, e le ritornerai nel misericordioso fiato di un bacio silenzioso e benevolo di un amante o di un dio. Non rinuncerà mai all’uomo che l’ha resa più che mai donna. O se saprà resistere per troppo orgoglio a quest’evidente certezza nessun altro rimpianto misurerà più tale altezza, nessuna malinconia l’abbraccerà più di una stretta così poetica.

Molte donne cadono e non si rialzano più. Somigliano a quel fiore che giace in un prato che dorme disteso in un sonno eterno senza che la luce solare possa più far sognare, né il suo tepore risvegliarlo. Delicata natura che un sentimento ha rotto, che un brivido fugace ha ucciso. Ma quel che non può un sole lo può la pioggia, come non può la forza quel che possono le lacrime. Ed ecco che quel fiore cadavere sotto i raggi della prima stella, risorge al contatto delle gocce celesti o sotto le carezze di una rugiada. Piangi donna! Piangi! E rialzati! Sventurato l’uomo che nel medesimo stato di prostrazione non ha lacrime senza le quali non può risorgere. Ma questa donna di cui (nascostamente) parlo ha pianto, lo so, solo per i piccoli infortuni delle sue bambine, mai per il suo cuore. Un giorno le regalai per la secondogenita uno di quei bracciali al neon che roteano in se stesso un favoloso gioco di luci; quell’arcobaleno girevole intorno al sottile polso incantava la bimba estraniandola dal reale, l’ammaliava, la gioiva, e non se ne distaccava mai. Due giorni dopo, la madre, temendo la gelosia delle amichette di quel nido d’infanzia cinguettante di pargoli amorevoli, volle prenderglielo, e in un tiramolla di forze ineguali che pur si compensavano, in quell’ingiusta lotta di potere che le madri, spesso, contendono ai loro cuccioli, si divise in parti uguali nella rottura, e di un’unità ne fecero due trofei, la piccola tenendosi al braccio il contenitore, la grande ghermendone il contenuto filamentoso. Pianse lacrime incredule e disperate la piccola; la grande le andò incontro con lacrime incresciose e materne. Nessuna delle mille carezze e della stessa quantità di abbracci poté interrompere l’incessante pianto dell’innocente, se non dopo la promessa di un nuovo bracciale, che le portai l’indomani, ma che rifiutò; la bambina se ne era già scordata. Quel pianto per la piccina, ed un secondo per la primogenita, furono le sole lacrime vere e sincere, che le rigarono il viso, mai ve ne fu un terzo.

1600 messaggi riuscimmo a ricambiarci in un solo anno. Le recapitai nelle mani anche parecchie lettere; di queste non ricevetti mai risposte. Si vergognava, diceva. Sebbene non avessi mai preteso alcunché. Tacermi la vita e il cuore me la rendeva unica. Non so nulla di lei e mi basta. Le ho  chiesto su lei mille cose, poi cento, poi dieci, infine una soltanto. Mi rispose con lo stesso numero di silenzi e sorrisi. Infine la immaginai. “Sei la mia Sfinge” le rimproveravo giocosamente, “mi divorerai un giorno”?

“Per far cosa? Per spolparti appena gli ossicini? Sei troppo magro per me”.

“Magro? Io magro? Sì, magro come il Discobolo”.

“Ahah. Non riusciresti a portarmi sulle spalle per oltre tre passi”.

“Ti sbagli. Non ne scenderesti mai più. Perché di te ne porterei soltanto l’anima”. Ahah

Ridemmo. Dopo un attimo ci trovammo abbracciati.

Il vero è che ho reso donna quella donna. Più donna, ecco. E come? Sottraendola all’abitudine della sua vita. La relazione coniugale è la morte, l’abbassamento, la degradazione, la retrocessione dell’eterno femminino a quello di compagna oggetto. Bisogna che si volti al passato per sentire che è ancora donna, che ricorra ai ricordi per vedersi com’era allora desiderata; o al futuro.  Quel bacio frusciante della buonanotte o rassicurante del buongiorno è da tempo svanito. Obbedisce ormai a un comando, ad un bisogno, ad una necessità sensuale di chi le sta accanto. Briciole! Comunque “doveri”! la si ricorda donna solo occasionalmente; moglie quotidianamente; un angelo sacrificale. Insondabili tutti i visi di donne che nascondono segreti. Chi le sta vicino e non ne indovina i sogni è perduto. Uno sposo attento, al quale parlasse distrattamente, capirebbe tutto. Ne sale sempre un riflesso sulla fronte che sfugge al suo cuore. In quella parete del pensiero vi è sempre scritto, rappresentato un alato sogno. In quell’eccellente calamaio del cuore da dove scorre l’inchiostro col quale ognuno scriverebbe la propria storia, solo dio può spingervi lo sguardo, e anche quando risalisse alle nostre tempie, può solo renderle purpuree, nulla di più.

Quell’amica, che un primo bacio me la rese amante, due sole voci me la resero nemica. Non ci furono sguardi, come non ci furono stelle, che non ci videro in qualche luogo troppo vicini, più che accanto l’una all’altro.

Il coraggio lo si trova nella forza di un sentimento e non dinanzi al cane che abbaia.

Ti ho detto ti amo, ebbene? E’ un pensiero dolce! Mi hai amato, allora? E’ una risposta altrettanto dolce.

Ci frugammo nell’anima, la quale alchimia, ci trasfigurò, rendendoci, al pari di Nicolas Flamel, ricchezza ed immortalità insieme.

Ma la donna è donna quanto più trema. Quando più si volta terrorizzata per mutarsi in una statua di sale. Quando piange in silenzio e di nascosto: due luoghi, questi, ridicoli, perché inesistenti alla verità. Quando, in fin dei conti, solo il cuore le può far vedere, mentre la ragione le può solo chiacchierare; povera amica, come sei donna!… Com’eri incantevole in quel tempo quando, come me, passeggiavi a testa in giù, amabilmente capovolta, sognando con la mente e ragionando con il cuore. Quando allontanandoti ti lasciavo uscire da me o avvicinandoti ti lasciavo entrare. Quando aspettavi intensamente di vedermi e non ti riusciva di nascondermi l’ansia di quell’attesa. Non tremi più, adesso, che tutto è finito. Tutto. Eppure non smetti mai di guardarmi o di passarmi accanto. Sono io che non ti guardo, ormai. Non ho più nulla da dirti. E come si legge in alto, in forma di comandamento più che profetico: “Un giorno mi sveglierò… E mi risveglierò”!!!  -Quindi, maledetto quel tuo amore, se l’amore o l’odio, essendo ormai per me la stessa cosa, mi procura solo un eterno dolore-. Il sogno è svanito, ne sei uscita, né più vi entrerai. Il bene e il male che mi hai fatto rimangono in fondo, ma non tu. Torna, amica mia, il tuo sposo ti aspetta. Le tue bimbe ti cercano. Mai sapranno di noi. Mai lo crederanno. Il mio ultimo bacio te lo scrivo qui. Il mio ultimo sorriso cercalo in fondo ai tuoi occhi. Addio, amica mia. E grazie…!!!

 

Adoneultima modifica: 2011-04-06T23:55:00+02:00da anima-zione
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